Spiritualità Italo – albanese e identità storiche di Pierfranco Bruni

(MOL) Quando si parla di cultura (anzi delle culture) Italo – albanese è necessario avanzare un processo che non può essere soltanto geografico finalizzato ad un territorio definito in termini di attualità ma si dovrebbe pensare ad una analisi più articolata che possa comprendere una realtà storica comprendendo anche quelle comunità che hanno perso non solo lingua e rito ma anche i “linguaggi” della tradizione.

Comunità, comunque, che sono stati di identità Italo – albanese. In questo contesto di idee credo che si debba entrare non solo per una mappatura più consona al valore di eredità e di elementi storici che rimandano ad un tessuto di legame tra le storie del Regno di Napoli e la storia dell’Albania ma per penetrare consapevolezze e comprensioni tra i popoli che si affacciano su un Adriatico che deve costantemente dialogare dentro il Mediterraneo.
La minoranza linguistica arbereshe non è soltanto quella che viviamo nella nostra contemporaneità. Si estende oltre e interessa un mosaico di realtà geografiche e storiche che va distinto in etnie presenti nella forma attuale, in etnie che hanno perduto la loro forma originaria ed etnie contaminate.
In virtù di ciò occorre precisare che insistono più modelli di identità arbereshe sul piano del tessuto territoriale e geografico. C’è una Arberia Ionica ancora abbastanza consistente che si presenta con la sua eredità storica, con la sua lingua, con i suoi riti e una tradizione che racconta memoria e presente all’intesto di un contesto che abbraccia un tessuto territoriale ben conosciuto.

C’è un’altra Arberia, sempre nella geografia di quella dimensione che è sostanzialmente Ionica: sia per territorio che per processi culturali veri e propri, che ha perso cultura, tradizione, riti e lingua pur restando all’interno di una trasmissione di valori storici che raccontano segni e tracce che non si dimenticano facilmente.
Credo che sia opportuno entrare in questa seconda Arberia per approfondire elementi e modelli che riguardano chiaramente le comunità che hanno perso la loro etnia e quindi la loro lingua per capire di più il legame consistente non solo tra lingua e civiltà ma tra Paesi con una precisa matrice arbereshe ancora consolidata e praticata (in una quotidianità di istituzioni e di famiglie) e Paesi che hanno perso questa matrice.
C’è da sottolineare, comunque, una riflessione. I Paesi che non sono più arbereshe nonostante abbiano perduto la matrice quindi sono privi oggi di una identità non possono, nonostante tutto, fare a meno di fare i conti con le radici arbereshe e tanto meno con ciò che si può definire eredità storica.
Comunità come Rota Greca o come San Lorenzo del Vallo, solo pochi esempi, (in Calabria, nel cosentino) o come Carosino o San Giorgio Ionico (in Puglia, nel tarantino) si portano dentro, nel proprio articolato di incastro tra tempo e storia, quelle voci che rimandano a ciò che oggi si usa chiamare “cittadinanza”.
La storia del popolo arbereshe va intesa come una cittadinanza e quindi come tale si intrecciano, nel suo modello esistenziale ed etico – estetico, valori. La lingua non è solo la frequentazione di una ricorrente tutela e valorizzazione delle origini deve essere considerato un valore.
Le comunità che non sono più arbereshe sono quelle che hanno perso la lingua come valore e perdendo la lingua hanno smarrito i luoghi della tradizione e i modelli dell’essere di una appartenenza. Qui sta il punto. Un’operazione da farsi, che sarebbe chiaramente utile e interessante, sarebbe quella di relazionarsi con le comunità che presentano una loro storia originaria che rimanda alla cultura arbereshe.
Nella storia di questi paesi non possono esserci parentesi. La storia è nella continuità di una civiltà che si fa identità.
Proprio per questo penetrare l’umanità identitaria di una comunità italofana ma che ha segni e “comportamenti” italo – albanesi significa rompere gli steccati di una rischiosa solitudine per tutto il mondo arbereshe. Occorre ripensare ad una geografia pur avendo davanti una scacchiera ma si è convinti che necessita andare verso una politica del recupero anche nei confronti dei non arbereshe ma che arbereshe sono stati.
Ciò non vuol dire disarticolare la tutela che è diretta nei confronti degli attuali paesi italo – albanesi ma significa andare oltre avendo la capacità di includere in un progetto una problematica che tocca sempre più i nodi, appunto, della “cittadinanza” sia storica che moderna.
Non si può continuare a vivere soltanto nella storia continuando a perdere una filigrana di culture, a partire dalla lingua, ma la storia è un investimento non nella nostalgia ma nel futuro di una identità. Arbereshe e realtà che sono state arbereshe devono parlarsi.
Non vuole essere una provocazione e tanto meno una utopia. È cercare di leggere tra le maglie di un processo sia ereditario che identitario guardando al rapporto tra le realtà delle presenze minoritarie in Italia e la loro salvaguardia – valorizzazione. Eredità ed identità, dunque, costituiscono non solo una chiave di lettura ma dei nodi intorno ai quali si muove sia un processo storico che una dimensione spirituale.
In fondo l’arbereshe è anche una motivazione spirituale che spinge a recuperare il senso di un profondo radicamento non solo a delle precise radici ma ad un intreccio che va riconsiderato nella appartenenza di un legame culturale ed “emozionale” tra il Regno di Napoli e i popoli “fuggenti” provenienti dall’Albania.
Una comunità che è stata arbereshe sino al 1600 – 1700 deve essere considerata comunità etnica proprio nella fattispecie di una eredità storica ben precisa. Non ha più la sua lingua originaria ma è dentro un contesto etnico storico.
La cultura arbereshe è ormai da considerare una etnie contaminata e contaminante. Non una etnie in dissoluzione ma una etnie nella tradizione, appunto, del legame eredità – appartenenza – identità.
Ecco perché bisogna avviarsi verso una riconsiderazione del tessuto geografico e territoriale più ampio attraverso una lettura che pone al centro certamente la lingua ma anche il valore di eredità storiche che vanno non solo interpretate e rilette ma anche recuperate.
Il senso di un recupero è un orizzonte di spiritualità che offre dimensione ad una civiltà che è dentro il concetto di identità.


*Pierfranco Bruni
(Coordinatore Progetto Minoranze Linguistiche del Ministero
per i Beni e le Attività Culturali)





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