Ismail Kadare - Il generale dell'armata morta

La guerra d’Albania è finita da vent’anni. Un generale e un cappellano partono dall’Italia. La loro missione, recuperare i corpi dei soldati sepolti in terra straniera. Nebbia, vento, pioggia, terra dura da scavare. Madri e vedove a migliaia che aspettano a casa. Da vent’anni. Il ritorno dei morti si può attendere come il ritorno dei vivi. Una processione di gente a casa del generale alla vigilia della partenza. Ho seppellito il mio migliore amico a mani nude dietro la chiesa.

Me lo riporti a casa, generale. Mio figlio, il mio unico figlio, è sepolto laggiù. Mi dica chi fu l’ultimo a parlargli, a dargli da bere, a chiudergli gli occhi, generale. E’ laggiù, a Stalingrado. Mia dolce signora, io vado in Albania, non in Russia. Me lo riporti a casa, generale. Altri generali portarono la disfatta, questo generale in tempo di pace rimedierà. Ma non si può scavare nel passato senza conseguenze. Non ci si può impegnare per tutti e lasciare indietro qualcuno. Non si può tornare in un Paese nemico pensando che l’odio sia finito. I popoli che si dividono la storia hanno memoria di tutto. Di ogni nemico ucciso, di ogni amico ucciso. Il generale riporterà a casa la sua armata, ma sfileranno tutti sotto gli occhi senza speranza dei vincitori.

E’ il capolavoro di Ismail Kadaré che mancava in libreria da anni, Il generale dell’armata morta (tr.it. A. Donaudy, Longanesi, 16 euro).





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